Paolo Ferrari

Aforismi in-assenza
1997-2004

 

 

 

1.1. Il gesto pensante (in-Assenza)
Il gesto per il cui tramite il corpo-mente pensa si nutre unicamente del folle scarto che è diretta, abissale apertura a sé: su niente poggia se non su siffatto assoluto vuoto. Nella sua oscillazione all'apparenza priva di senso - a(l) nulla vincolata - il pensiero-pensare suggella infine l'appartenenza a sé - e unicamente a sé - nel porsi ora e per sempre al di fuori d'un contesto conforme; questo è modo soltanto all'apparenza solidale con lo stesso (gesto del) pensare che, talvolta anche in una guisa così servile, avrebbe gradito essere considerato.

2.2.
Ciò che (ora) si può dire: soltanto in quanto manca, è assente, allora (la cosa) esiste.
Soltanto in quanto ha la facoltà di mancare, d'essere assente, il che equivale ad (essere) altrimenti da sé - equivalente a mancante di sé, ad altro da sé, prima-di- sé -, esiste (per la cosa) la facoltà-probabilità d'esistenza.
La cosa esiste (unicamente) in-mancanza di sé. La cosa esiste unicamente nell'accoppiamento con la sottrazione (assenza) di sé.
3.3. Dov'è l'impossibile A.M.
Dov'è l'impossibile - è radicale la mancanza - con pudore e determinazione si fa avanti la salvezza.
(Cum-Hölderlin)

4.4. Consapevolezze .
Questo canto dolcissimo degli uccelli sopra il tetto del mio studio mi avverte che già tutto - il tutto - è finito. Ascolto, conscio di quel cinguettio straziante e delicato: esso già da sempre è cessato e anch'io con quello.
E' davvero un evento singolare il fatto che il mondo intero sia così finito - e io lo sappia, essere consapevole al seguito d'un tempo che da molto, un tempo infinito, fin dal principio - s'è esaurito. Anch'io lo sono, o non (lo) sono ...


5.19. Circa-la-morte
Se con l'evento della morte si verificasse non solamente la cessazione della vita concreta-biologica, ma insieme con quella anche avesse termine la morte concreta-biologica che è stato che l'accompagna - uno stato d'eccitazione continua per la condizione di vita che alla mente s'oppone, costretta entro l'equilibrio consueto biologico vita-morte - emergerebbe un altro stadio differente sia dallo stato di vita che da quello di morte. Uno stato che equivale a un'assenza di vita e di morte, e perciò (equivalente) a una differenza rispetto a quegli stati consueti.
Se allo stato di vita-morte corrispondesse una realtà fatta di cosa - e cioè una realtà che è differente da nulla - nell'ipotesi precedente s'evidenzierebbe una realtà non fatta-di-cosa: un nulla, privo del suo stesso essere-stare-contrarsi in nulla. Tale stadio ammetterebbe un arretramento della barriera degli istinti, e in particolare della tendenza alla morte, che è tendenza alla cosità (Thanatos). Un siffatto luogo è espressione dell'Assenza, ámbito della cessazione della cosa-vita-morte ed espressività d'una virtualità vuota ad altissimo livello d'informazione oltre la barriera sensoriale-percettiva.

6.20. Circa la cessazione di morte
1. La morte - in quanto cessazione d'uno stato particolare che chiamiamo vita e coscienza - non è (così) differente da altri stati particolari che si verificano in vita. Il sonno, il taglio del cordone ombelicale alla nascita, la nascita stessa, il distacco edipico con la ferita nel narcisismo e altri stati analoghi - quali ad esempio il sonno dell'anestesia, il coma - sono stati che hanno punti di relazione con il cosiddetto morire. La cessazione d'un'attività - qual è quella vitale - non significa necessariamente una nientità (concreta e mortale).
Cessare non comporta necessariamente e unicamente quel nulla (oscuro) da cui la mente umana è costantemente occupata.

7.3. L'atto del cogito
L'atto del cogito - dell'io-penso - è veramente folle: immergersi là dove niente nasce e niente muore; dove la materia ha provato a cessare quale principale sostegno di se medesima, oscillando freneticamente per giorni e giorni nel tentativo d'acquistare finalmente l'agognata e temuta libertà da sé.

Tuttora sembra non avercela fatta ...

Pensare
8. Della vita e della realtà
E' avvenuto un cataclisma: quel che era detto vivente s'è ora fatto pensante.
La parte della materia che era unicamente vita è ora anche pensiero-(cogito). La materia (vivente) s'è fatta pensante proprio là dove del pensare era incapace.


9. Il pensare consapevole
Il pensare consapevole circa la cosa induce nella cosa uno stato particolare: la cosa non è più unicamente cosa al di fuori della consapevolezza, ma ora è cosa della consapevolezza (entro il sistema consapevole).
Ciò dato la cosa si specchia (raddoppia se medesima) ed esiste.

10. Dell'origine e dell'attualità in-assenza
1. La realtà che oggi osserviamo e da cui traiamo informazioni circa il suo stato è realtà non attuale e che, pertanto, potrebbe non avere esistenza reale.
Come l'osservazione di una stella ci offre dati che sono relativi al momento dell'emissione dell'onda luminosa alla fonte - e che sono pertanto quelli di un evento non attuale -, così la traccia della realtà a noi evidente, che è manifestazione di una realtà relativa a un mondo non simultaneo alla nostra osservazione, è un'informazione non attuale - non in atto - che potrebbe, in effetti, non essere (esistente), mancante della concretezza fenomenica.
Il mondo comunemente osservato non ha effettiva esistenza.
Quel che osserviamo è la traccia residua - in eccesso concreta e stabilizzata - di un mondo antecedente, ora in parte o del tutto scomparso.
2. Non esiste un'unica realtà (osservabile).

3. Esistono due piani o stati, due realtà differenti.
Esiste una realtà evidente, che è quella osservabile (pensabile) secondo i principi del cosiddetto pensiero comune.
Chiamo questo pensiero ordinario.
Esiste una realtà non evidente.
Ha leggi sue proprie ed è pensabile da un pensiero diverso dal cosiddetto pensiero comune.
Chiamo questo pensiero non-ordinario.


11. Circa la scienza-nuova
(Questa a-meditazione può essere al momento saltata e letta alla fine del capitolo; nell'appendice dedicata agli scritti teoretici. Essa è sintesi e apertura al nuovo metodo e, in quanto tale, presenta la complessità che è di ogni premessa ed esplicazione ad un nuovo pensare).

1
a. Diversi sono l'osservazione e il metodo che abbiamo seguito rispetto a quelli da cui derivano le congetture attuali di scienziati teorici e di ricercatori nel campo delle tecnologie avanzate - secondo i quali nel futuro delle macchine e dell'intelligenza umana la scelta sarà da farsi tra l'incremento della complessità e quello della velocità, essendo la prima d'impedimento alla seconda. Non è questione di microchips sempre più piccoli e più sofisticati, né di cervelli resi più grandi - e perciò ipoteticamente maggiormente complessi - dalla biogenetica e sistemati in corpi dai crani più ampli, fatti crescere al di fuori degli apparati naturali della donna, inadatti a contenerli, a causa delle dimensioni accresciute.
Il vero progetto, che rappresenta anche la scommessa vincente per il futuro della specie umana, è quello di far emergere le proprietà di nuovo genere che, pur appartenendo al campo di forze che prende forma nell'interazione tra la realtà e le attività nervose superiori di Homo sapiens, sono per il momento occultate - così da essere quasi completamente escluse dalla conoscenza e dall'esperienza - a causa di rapporti non sufficientemente congrui fra le entità che costituiscono l'insieme sistema uomo-sistema realtà.
In quelle aree che fungono da interfaccia tra le più astratte attività di Homo e la cosiddetta realtà fenomenica, non si sono sviluppate vie e modalità di comunicazione adeguate alle nuove esigenze evoluzionistiche, quelle emerse nelle strutture-funzioni della specie quali nuove entità ad alta complessità apportatrici di stadi relazionali differenti da quelli evoluzionistici precedenti: esse posseggono proprietà affrancate dagli imprintings derivanti dalla necessità della soddisfazione immediata dei bisogni primari, pulsioni che appartengono all'universo concreto. Un deficit di tal genere può essere pensato nei termini d'una debolezza conduttiva dell'intero sistema: un'incompletezza ovvero una grossolanità del livello relazionale entro la rete dei nessi che costituiscono il luogo-funzione adibito alla raccolta e all'elaborazione delle informazioni adatte all'evidenziazione-costruzione della cosiddetta realtà fenomenica. Potrebbe altresì interpretarsi tale mancata espressività come fissazione d'una resistenza entro i nessi periferia-centro, essendo la rete dei rapporti tra queste entità non idonea a sufficienza alla nuova situazione che s'è instaurata con lo sviluppo ampio e rapido della neocorteccia - e perciò di apparati vòlti allo sviluppo di attività superiori di ordine astratto e perciò non immediatamente finalizzate entro antichi sistemi ed equilibri di ordine naturale.

E' significativa la mancanza d'un arretramento adeguato della barriera degli istinti - e in generale di quelle funzioni adibite al conseguimento di leggi naturali-fenomeniche: è assente negli strati profondi del sistema nuovo Homo s. una determinazione a disporsi-ruotare nella sua interezza a favore della manifestazione-emergenza di nuove (eventuali) proprietà ormai implicite nella grande complessità della neocorteccia e nel fittissimo intreccio che caratterizza il sistema nervoso centrale della specie umana. Non s'è verificata la radicalità del mutamento - che sarebbe stata necessaria con la trasformazione evoluzionistica - interna al rapporto tra l'attività pensante (astratta) e la cosa così come ancora esiste: è deficitario tuttora il ritiro da parte dell'oggetto-cosa, risultato dell'impressione immediata del mondo fenomenico da parte dell'attività nervosa centrale e periferica di Homo, di fronte all'affermarsi di nuovi processi e di nuovi equilibri non miranti a finalità immediate - non diversamente tuttavia da quelle di ordine mediato: questo è tuttora per lo più vincolato alla fissità della cosa, sia essa oggetto esterno, sia oggetto di rappresentazione interna. La condizione di Homo s. non s'è affatto svincolata da quelle istanze primitive che fanno capo alla lotta per la sopravvivenza e all'affermazione del più forte, come certezza di vita della specie contro il timore d'una sua possibile estinzione. Non s'è verificato pertanto quel passo all'indietro necessario ad aprire (il sistema) alla differenza: questa appartiene al territorio del distacco-separazione idoneo, da instaurarsi tra l'attività pensante - vòlta all'emancipazione della specie da antichi bisogni meccanici e sorpassati - e l'oggetto-universo-cosa: essa è ancora in eccesso prevalente quale entità concreta, carica del peso dell'universo sensoriale e si presenta quale entità poco sgrossata, scarsamente aderente alle attività maggiormente astratte e meno ingombrate-ingombranti del sistema pensante complesso, proprio della specie umana, differente nella sua nuova capacità-qualità da tutti gli stadi evoluzionistici che l'hanno preceduta. Il rapporto tra pensiero e cosa, tra sistema ricevente sensoriale-percettivo e atto-discorso pensante è troppo ingombrato di oggetto cosa - lo stesso pensare è ingombro di sé quale cosa che si ripete e si autocircoscrive conservandosi uguale. La circolazione di informazioni è attualmente troppo lenta tra le parti del sistema: la cosa (sensoriale e percettiva, ma anche quella concettuale astratta) è priva di quelle opportune attenuazioni fenomeniche, necessarie alla realizzazione ottimale dell'informazione ad alta complessità e meno grossolana: ciò equivarrebbe alla scoperta della nuova collocazione in un ambito di soglia differente. L'attività pensante e conoscitiva è (invece) continuamente rallentata nella sua circolazione dagli eccessi di concretezza-evidenza-soglia alta appartenenti a questa periferia-centro inadeguati: la realtà-cosa-concreta è povera di quell'informazione (che è) divenuta nutrimento adeguato per un cervello-organismo che esprime una rete pensante propensa a pensare in assenza della cosa: è rimasta la fissità dell'oggetto - incapace di disporsi a scomparire quale entità fenomenica troppo carica della sua concretezza di ordine materiale-sensoriale - di fronte alla ricezione d'un sistema (trasformato in asistema) che apprende ed elabora all'istante - ulteriormente in modo differente dall'istante presente e concreto (nell'istante temporo-spaziale al negativo). Esso fonda la conoscenza (di sé e dell'altro) come felice compimento della sua attività-esistenza tramite l'acquisizione d'informazioni di alta qualità. Queste hanno luogo simultaneamente all'oggetto concreto reale e da questo emanano: esso, a sua volta, nel tempo dell'interazione con quell'asistema complesso, s'inabissa nella differenza - nello iato aperto dal cambiamento di livello sistemico: mutua la sua scomparsa con l'insorgenza d'un nuovo genere di attività - forma complessa- , ricca d'un alto e compiuto senso di gradevolezza e di rivoluzione per un organismo divenuto capace della sua interezza fuori e oltre l'ordine psicosensoriale di antica provenienza naturale (animale e cosale).

b. Con l'interazione propensa alla simultaneità dell'emergenza d'uno stadio differente con la scomparsa di quello fenomenico-apparente(-immediato) s'è manifestato (senza premere sull'evidenza) un piano-livello più astratto della realtà, non ingombrato di cosa concreta, non ingombrante pertanto per l'attività di ricezione e soprattutto per le vie di conduzione e circolazione delle informazioni ad alta qualità relazionale e semantica.
Abbiamo pertanto messo in luce uno stadio interattivo più vuoto (di cosa, di fenomeno evidente, sensoriale-concreto): abbiamo fatto emergere uno stadio in cui la rapidità conduttiva è fondamentale; nessun oggetto (cosale) ha la facoltà di aggirarsi entro la mente e il soma; soltanto in quanto spogliato delle sue antiche e obsolete vestigia gli è aperta la porta d'ingresso: la soglia è stata abbassata. Più entità circolano a una velocità assai maggiore (velocità pari al suo negativo: velocità che anticipa il moto d'inizio, in un tempo astratto=tempo antecedente); le stesse sono mondate della loro (consueta) espropriazione quali oggetti parziali e concreti, ingombri di materia sensoriale e percettiva (espressioni immature d'un passo evoluzionistico non (ancora) definito-definitivo).

c. Date le osservazioni precedenti è possibile congetturare che il cervello-attività pensante si nutra di mancanze, espressioni del venir meno (in simultaneità) dell'oggetto concreto: l'universo pensante, così come la realtà che ne deriva, è costituito dall'impronta (stadi al negativo) di quell'oggetto (già emerso e ancora da emergere): esso ha la possibilità di scomparire (quale entità evidente sovraliminale) ad una velocità maggiore di quella dell'istante simultaneo. Un infinitesimo prima che l'oggetto concreto s'imprima nell'area disegnata dall'atto pensante viene spogliato della sua concretezza e si trasforma in altro, mutando del livello sistemico. Si fa più vuoto, nella direzione della virtualità. Esso diviene parola o simbolo, espressione d'un linguaggio capace d'astrazione, quel linguaggio che ha costruito intorno a sé e per sé gli oggetti concreti emergenti da uno stato di mancanza, ovvero condizione di assenza: ad ogni oggetto - concreto o astratto - fa da antecedente il suo anti - l'anticosa.
Le attività superiori del genere Homo - e, in particolare, della specie sapiens - non sono mirate ad un adattamento migliore entro un ambiente già confezionato e dagli equilibri immutabili. L'attività profonda del cervello umano si nutre, come detto, di mancanze, d'impronte, di calchi delle cose; attraverso queste riconosciutosi, a sua volta le riconosce - come diverse da sé - e si dispone così a oggettivare una realtà (al di) fuori di sé. Questa è componente d'interazione e mezzo di controllo retroattivo sull'attività dei processi pensanti. Al cervello umano occorre un campo vasto e complesso così che esso stesso possa trovare quell'equilibrio variabile che è necessario al suo miglior funzionamento (compimento). Conseguenza di tale enunciazione è che l'universo generale - universo fisico e universo mentale - debba essere considerato quale entità autoreferenziale: non esistono due mondi separati - uno interno che osserva e uno esterno da osservare - , bensì un sistema di complessità ampia non frammentaria che tende alla non separazione e perciò si configura e si sostanzia quale realtà generale.

d. Si osserva in natura uno spostamento progressivo da una periferia verso una centralità, quella del sistema nervoso centrale: è modo privilegiato e prevalente avendo caratteristiche peculiari, legate a una complessità astratta attraverso cui l'universo nella sua interezza si dispone. Se nella fase evoluzionistica precedente all'avvento di Homo lo stato prevalente era costituito dagli equilibri conseguenti alla lotta per la sopravvivenza, nella fase Homo (s) la prevalenza si sposta verso equilibri differenti secondo nuovi modelli.
Il nodo focale diventa la complessità dell'encefalo, in cui le linee di forza tendono a confluire: il senso degli equilibri cessa d'essere collocato entro un ambiente naturale, dato il quale le diverse forme di vita competono così da ottenere una condizione di equilibrio ordinato da leggi secondo una logica di causa-effetto con regolazioni più o meno complesse, per lo più disposte sui margini del caos.
Con l'avvento del genere Homo il crogiuolo delle forze in gioco diviene il suo sistema nervoso centrale, con quell'encefalo sviluppatosi in grandissima misura (probabilmente una dismisura al di sopra d'una soglia di equilibrio possibile dati i rapporti tra sistemi in cui tale processo è avvenuto), ricco di pressoché infinite modalità di relazione: la soglia di circolazione dell'informazione s'è abbassata in modo considerevole, in modo considerevole, così da far entrare nel campo relazionale quel sistema virtuale precedentemente oscurato: era inesistente a causa dell'occupazione d'un universo ambiente dominato dalla prevalenza quasi generale dell'oggetto concreto. Ciò significava il predominio dell'oggetto sopravvivenza, che equivale alla cosa della vita contro la (cosa della) morte e (la cosa dell')estinzione (della specie).

e. Non s'è verificato, nello stato attuale delle cose, quel passo all'indietro necessario che disponga alla differenza: il distacco compiuto tra l'attività pensante e l'oggetto-cosa; troppo ingombrante si mostra invece l'accoppiamento in essere, altresì deformante, svantaggioso per uno sviluppo adeguato di attività più complesse e dalla rapidità di ricezione e cambiamento; la cosa, così come finora è recepita dagli apparati nervosi di Homo, si mostra essere oggetto concreto in eccesso, privo di quelle attenuazioni fenomeniche opportune perché l'informazione circoli più rapidamente, in misura valida per un intelletto capace di pensare in-assenza (di permanenza). Permane invece tuttora la fissità della realtà cosa-concreta, povera d'informazione a-complessa, inadeguata a una circolazione diversa, svincolata dalla variabile tempo consueta, in accordo con l'oggetto concreto che ha assunto la facoltà dello scomparire. E nella scomparsa istantanea idoneo a produrre quell'informazione necessaria perché l'attività superiore di Homo si trasformi in entità vieppiù astratta capace di non occupare né la mente né il soma. Non s'è costituito pertanto un nuovo livello, più rapido e vuoto, più ricco d'informazione libera dall'oggetto concreto, istantaneamente propensa a produrre conoscenza adatta a un cervello che si nutre di mancanze rapidissime, coerenti con una realtà che già si dilegua nel momento in cui si dà (liberamente e con generosità).
Se si facesse a meno dello specchio deformante - dovuto all'improprietà dell'accoppiamento attuale - potrebbe allora emergere il sostrato di quanto finora abbiamo avuto il sospetto o semplicemente l'idea che esistesse aldilà o aldiquà della realtà evidente. Non soltanto di quella lì fuori - res extensa -, bensì anche di quella all'interno - res cogitans -, affrancate entrambe dai legami della coazione a ripetere a sostegno d'una vita, d'un'esistenza troppo fisse, d'una mente-corpo e d'un oggettività-realtà mantenute in essere da stati e apparati ormai privi di fondamento e di utilità evolutivi.

2
Fino ad ora, anche seguendo le più attuali e (all'apparenza) trasgressive formulazioni della fisica teorica, l'universo ci appare definito come ente sufficientemente certo: è vero che, se da un lato è disposto ad ulteriore evoluzione, dall'altro potrebbe involvere su se medesimo e annichilire in una sorta d'implosione e ricominciare quindi il ciclo con una nuova espansione. Tuttavia un tale evento è spostato in un futuro di milioni e milioni di anni e la cosa appare assai lontana, e perciò non così preoccupante.
Un universo, assai meno concreto e molto più complesso, è quanto andiamo a mano a mano prospettando - e in questi ultimi vent'anni abbiamo percorso moltissime vie della nuova ricerca, in campo scientifico, artistico, musicale, teatrale, della cura e della conoscenza, dell'oggetto evidente e della virtualità, della filosofia, del romanzo e della poesia. Lungo il cammino abbiamo incontrato tantissime facce dell'universo nuovo, del tutto diverso, posto nell'assoluta differenza: idoneo persino a non aver necessità d'esistenza. Esso da un momento all'altro, da un punto all'altro del suo intreccio che tende all'infinito (di nuova specie), è propenso a scomparire.
A dileguarsi avendo assunto una struttura-materia-sostanza di nuova specie, che abbiamo nominato Assenza o in-Assenza.
Indichiamo le proprietà fondamentali della nuova condizione premettendo ad esse la particella a ovvero a-(come asistemica, arelazionale), con il significato differente dal puro e semplice a (alfa) privativo: il prefisso ora usato indica cambiamento di sistema: espressione d'un universo in cui non valgono le regole dei sistemi vigenti. Le regole di questi non sono più così necessarie e hanno facoltà d'aprirsi continuamente a nuove e più complesse leggi d'autorganizzazione specifica (in altro contesto).
L'universo che abbiamo esplorato in questi anni, e le cui realtà e proprietà vogliamo qui rendere note - soprattutto in qualità di asistema propenso all'accoppiamento con gli oggetti dello stato delle cose attuale, siano essi cose-oggetti della realtà fisica e concreta, la cosiddetta res extensa, siano essi cose-oggetto della mente: la res cogitans -, si mostra, come abbiamo appena accennato, in modo assai bizzarro agli occhi d'un osservatore abituato alla banalità (complessità ordinaria e non a-complessità) del mondo consueto, del quale una caratteristica primaria è quella della permanenza.
L'universo allo sguardo in-Assenza - nell'attività in-Assenza - appare ben altro che nel consueto: esso è sprofondato nella differenza assoluta; già s'è dissolto in quel nulla che potrebbe essere ipotizzato quale dissolvimento dell'ordine temporale (della cose). S'è svincolato completamente da se medesimo: universo è altro, niente risponde nel modo con cui finora s'è pensato.
C'è dunque vuoto nel suo centro: è (divenuto) entità cava, priva di pareti e di contorni (nell'evidenza): così siamo soliti sintetizzare da ultimo la nuova condizione-concezione che riguarda lo stato delle cose.
Il moto incessante che lo faceva emergere oltre la soglia di annichilimento è venuto meno; il moto oscillatorio s'è estinto: in sua vece è emerso un nuovo universo-nulla, una condizione o stato peculiare, in seguito al fatto, che la cosa (universo) è venuta meno a se medesima - rinuncia alla condizione abituale di sterile rispecchiamento. Altra sostanza, materia d'altro genere, altro stato. Ciò che era posto quale antecedente - entità celata, subliminale: intreccio non consueto di particelle in-privazione, costituito di valori al-negativo, di assenze, come ora possiamo nominarle - è emerso, inducendo la cosità della materia a fare a meno dell'esigenza d'una necessità incongrua ed eccessiva d'esistenza, della concretezza (fisica) in eccesso, del panico che è comune a tutte le cose di questo universo.
L'universo di cui parliamo - accoppiato a un'attività cerebrale, anch'essa rispettosa delle nuove leggi -, s'attua molto più duttile e malleabile; disposto ad essere continuamente rigenerato secondo forme e linguaggi caratterizzati da grande libertà ed espressività, non avendo quale fondamento la necessità imprescindibile d'esistenza e perciò di memoria. Ciò significa possedere l'affrancamento anche dal dover essere (Dasein), libertà pertanto d'assumere la proprietà del poter essere differente (in-differenza) da se medesimo e da qualsiasi altra entità disposta entro o fuori dell'esistenza-fenomeno nota.

Un universo di tal foggia è caratterizzato dall'iperconduttività: quasi privo di resistenza al suo interno l'informazione viaggia con velocità elevatissima, con una proprietà apportatrice di messaggi (a-comunicazioni) di grande ricchezza affettiva e intellettuale, oltre che di ricchezza asistemica, proprio in quanto non coartato da impedimenti di vario genere, somatico e psicologico.
Il mondo che s'aprisse allo sguardo in-Assenza ben altro sarebbe rispetto a quello che appare a un'osservazione consueta!
Se ad un essere pensante, per un puro caso - le probabilità attualmente sono pressoché nulle - capitasse di passare da un rapporto normale con la cosa della vita, cui la specie umana è abituata, ad un'esperienza in-Assenza, certamente si troverebbe in una situazione per lui affatto anormale, probabilmente indecifrabile. Sull'orizzonte cui è avvezzo riferirsi nulla più apparirebbe: il mondo che si riteneva di conoscere - l'intero universo costituito di cose, eventi, immagini, pensieri, ricordi, idee, progetti, fenomeni, in generale, è definitivamente scomparso. Nulla gli apparirebbe nella forma dell'esistenza così come dapprima aveva esperito e pensato. Nessuna ipotesi d'esistenza è rimasta valida. Nessuna cosa corrisponde ai fondamenti cui ci si è riferiti culturalmente e storicamente e, in generale, esperienzialmente a partire dalle attività dei sistemi (nervosi) superiori umani, innanzitutto dalle germinazioni del linguaggio astratto e concreto.
L'universo s'è fatto inesistente, privo e vuoto dei fondamenti ontici e dei riferimenti percettivo-sensoriali secondo i principi d'organizzazione conosciuti. Nulla del mondo percettivo e sensoriale, in particolare quello che si riferisce all'uomo ai primordi della sua storia e del bambino in fase di sviluppo, s'è conservato: nulla ha potuto resistere al cambiamento che una nuova estinzione massiva, abbattutasi nella nicchia dell'universo che ha visto nascere e crescere gli ominidi e le specie successive sempre più evolute, fino all'attuale Homo sapiens s., ha ingenerato. Anziché eliminare i trilobiti dai mari o i grandi dinosauri dalla terra, una ventata ricca d'astrazione e di una particolare forma di mancanza - simile a una sospensione in-assenza - non si tratta certamente d'un sassoso meteorite! - , un potentissimo empito, al medesimo tempo decostruttore e costruttore (in-assenza), una specie di sentimento di vuoto - non negativo, non angoscioso, bensì aperto e libero - , quale alleggeritore e trasformatore di oggetti ingombrati e spigolosi - successivo a numerosissime e acute microcessazioni dal tempo subliminale sottostanti al sistema relazionale e ad esso intrinseci, pur nella loro non evidenza fenomenica, una specie di crisi generalizzata, quale veicolo d'estinzione - ha prodotto l'estinzione del mondo evidente; l'eccesso di sensorialità-concretezza, come finora s'è mostrato all'interno di rapporti nell'universo noto - espressione d'una resistenza malposta, negatrice della conduttività adeguata a un livello relazionale almeno pari a quello che il linguaggio astratto-simbolico consente nel dare nome e significato alle cose pur nella loro non presenza e distanza - ha finito di contrastare il flusso d'informazioni ad alto contenuto energetico (in-assenza).
Finora difatti era mancata - che sia questa stessa mancanza-assenza uno dei veicoli possibili della nuovissima fase? - una modulazione-conduzione dell'attività pensante, non disgiunta dal soma che la produce, adeguata allo stato delle cose che ha avuto origine con la scoperta dei linguaggi umani capaci dell'autonomia rispetto alla materialità degli oggetti, cui il discorso verbale e scritto si riferisce. Un nuovo linguaggio è pertanto nato, adeguato a parlare di quanto è mancante: nella mancanza di sé, in assenza del proprio essere oggetto-pensiero fatto d'un alcunché, sia esso fenomeno concreto, ovvero stato della mente che, per mezzo delle sue trame cognitive, s'appresta ad elaborare la medietà del mondo, ovvero a coglierne l'espressione diretta e non mediata.


12. Introduzione al fattore K
Diciamo già da subito che il fattore K in A, che determina il piano d'assenza, il mancare, il venir-meno e quanto è analogo alla morte - a cui è stata sottratta la concretezza entropica -, al distacco, all'intervallo esistente tra il pensiero e le cose, è ciò che ha permesso l'evoluzione e che ora appare nella veste di a-sistema - spiegheremo inoltre le ragioni di quella a che non è privativa, né esclude alcunché. E' in-Assenza che sono avvenuti quei passi evoluzionistici che hanno dato luogo a quelle strane entità della mente, coscienza, linguaggio, infine astrazione: esse rappresentano gli avamposti della specie Homo s. nel viaggio possibile verso l'ulteriore mutazione Homo abstractus, che è lo stadio di cui questo libro pone le prime pietre - vuote pietre in-Assenza, naturalmente.

13. La soglia al-negativo
Alla base dei processi pensanti, in particolare dell'esplicazione del linguaggio, sta una condizione retta da una costante dal grado zero fenomenico (assenza di evidenza) o sottostante a tale soglia (al-negativo). Un simile valore corrisponde a quell'accoppiamento tra l'attività pensante e il suo esterno, propria di Homo (s.), che permette l'esistenza d'una realtà-universo astratta dal suo concreto, e cioè non necessitata per esistere d'essere un alcunché d'immediato sensibile (tangibile). La realtà, per Homo s., rispetto a quella dell'animale, esiste nella (profonda) distanza: essa è nominabile e descrivibile; la realtà-cosa per l'animale è (situata) nell'immediata vicinanza; è a distanza (prossimità) d'istinto. Per Homo la realtà è oggetto sensibile e cognitivo con un minor grado di occupazione, quale cosa (concreta). Essa si situa in una zona intermedia (rispetto alla distanza profonda che apparterrebbe in realtà ad Homo Abstractus): sta nella distanza mediata dall'attività mentale in rapporto alla pulsione istintuale di antica origine somatica animale. La nascita del linguaggio pone la cosa in quella distanza dalla realtà (che la renda) pensabile: se la realtà fosse più vicina (similmente a quella derivata dall'immediatezza dei bisogni della condizione somatica animale e perciò nella condizione di pura cosa concreta) essa non sarebbe pensabile (non astraibile). A causa di ciò la realtà occuperebbe per intero lo spazio(-tempo) di Homo e lo renderebbe incapace di relazione (affettiva e intellettiva). Homo sarebbe totalmente occupato da una condizione di schizofrenia (alienazione): frammentazione cosale dell'oggetto non separato.
La nascita della coscienza è la condizione a monte in assenza della quale non si sarebbe attuato il distacco necessario dalla cosa, così da situarla nella distanza di possibile astrazione; ovvero che essa si facesse passibile d'astrazione così da porsi nella distanza idonea a non saturare, impedire a causa di occupazione - lo spazio adibito all'attività pensante, capace di descrizione e astrazione.
(Espressività e Aforismi della scienza-nuova 2000)

14. Come abitare la profondità del tempo di cui questa magnifica musica - I Vespri di Charpentier - vuota risuona avendo essa rinunciato fin dalle origini del tempo ad emanare qualsiasi pulsazione eventuale vòlta ad occupare tempo e spazio facenti parti della dimora del nulla - un nulla peculiare in-Assenza -, la cui veridicità ed emergenza ogni giorno - e da sempre - da me e dagli altri vado dichiarando nel dar vita a codesto mio gesto pensante fatto franco da colpevoli esitazioni?

15. Al di sotto di tutto sta il gesto - il gesto in-nulla - d'un a-pensare che m'attraversa: esso introduce nella realtà quella mancanza, in assenza della quale ormai da più parti s'innalza il grido che implora che le cose finalmente - a buon diritto e con raggiunta consapevolezza - possano cessare (della loro inutile virulenza).

16. Essere tra i vivi essendo già morti: essere altri (vivi) oltre-la-morte.

Nessuno di coloro che pensa è vivo d'una vita che sia priva d'un segno di mancanza. Nessuno è infatti totalmente saturo di quella condizione naturale-materiale che di sé ha occupato il mondo: ogni uomo già è per un piccolo o grande tratto morto; è deficitario d'un alcunché così da esser-meno di quel tanto o di quel poco che gli permetta di volgere ad altro (differente dall'essere totalmente vivo). In tal guisa e orgogliosamente dichiara l'appartenenza a quella specie che per prima e unica fu pensante.

17. In-Assenza è vuoto di vita, e vuoto di morte. La morte non ha differenza dalla vita. La morte astratta, sì: essa è morte equivalente al tremendo anfratto oltre l'oscillazione di vita e di morte; così essendo è morte salutare. Muore la vita, muore la morte: mettendosi a pensare la vita diviene mancante la morte. Muore la vita, è ferita mortalmente la vita, sanguina la morte ... Vita-morte oltre la fenditura (Spaltung) che separa dall'oggetto concreto: muore la cosa, si schiude il pensare: vuoto pensare; vuota tragedia, estrema letizia in-assenza di vita, caduca la morte.

18. Intorno alla dimensione temporale E' veramente un mistero riuscire a cogliere quella dimensione (particolare) del tempo in cui esso non scorre, dove cessa ad ogni istante: si lascia tuttavia recepire come entità concreta e al medesimo tempo oltre-il-reale, differente da ogni altra cosa del mondo e allo stesso tempo ad essa strettamente relazionato, tanto da permettere che l'atto pensante - il cogito - si faccia traccia visibile, cui tutti gli uomini possano accedere sia pure a grande fatica; ed esso sia ben posto, consapevole, ricco e significativo.

19. "Perché proprio la dimensione temporale?" Perché ad essa appartengono gli intervalli - di tempo - dei quali consiste la cessazione della cosa: la fine di ogni cosa è lì, ad ogni istante. La fine di me che scrivo è qui, in questo istante. La musica che compongo termina in ciascun pacchetto di cellule di tempo in-musica che il mio gesto propone. La proprietà cui la dimensione temporale (intemporale) si riferisce è la più complessa che Homo s. abbia prodotto e con la quale si sia accoppiato dando inizio agli oggetti del mondo e alla loro storia insieme con la propria.

20. Dov'è l'impossibile - radicale è l'assenza - con pudore e determinazione si fa avanti la salvezza. (Cum-Hölderlin)

c. A mano a mano che gli strumenti della conoscenza si fanno più sottili il mondo che conosciamo sempre più s'allontana da quell'immagine, da quel sentire che senza sosta sperimentiamo in modo inutilmente e in eccesso tangibile (privo d'assenza).


21. Del pensare (in-concreto) F.'89
1. Pensare (entro) niente (come) qualcosa di differente da(l) niente.

2. Come se niente fosse alcunché - di differente da(l) niente -, essendo (il) niente pensato.

3. Allora niente è come una sostanza bianchiccia e solida, fatta a forma di cupola che s'inclina su un lato; s'alza da niente, si differenzia un poco dalla linea più bassa consistendo in qualcosa.

22. La vibrazione al-negativo A.S.
Una vibrazione al contrario (al-contrario), un'antivibrazione, se così si può denominare in analogia con le cosiddette antiparticelle - una vibrazione con il segno negativo - è la responsabile fondamentale di tutte le forze che si mostrano nell'universo. L'universo che vediamo e ci rappresentiamo non è altro che l'estrinsecazione anomala, casuale di questa energia al-negativo.
Alla base dell'universo c'è un'antiforza, uno stadio di forza-energia subliminale che ha la capacità di dare alla luce un universo che è espressione d'un raggio di luce-materia passata attraverso una lente deformante che lo renda visibile, palpabile ai nostri apparati fisici - sensoriali e percettivi - tuttora grossolani: essi non sanno recepire alcuna cosa che non sia differente da ciò che è nominato nulla=nessuna cosa.
a. Gli apparati periferici di Homo s. - e così anche l'attività centrale del suo sistema - non sono in grado di recepire ed elaborare (un) nulla che porti il segno che lo distingua (rappresenti-la-differenza) dalla semplice condizione di mancanza di cosa.
b. Il pensiero umano è in grado di cogliere la mancanza, l'assenza unicamente in relazione ad un alcunché: la mancanza o l'assenza che non abbiano una qualche relazione conosciuta con l'oggetto - che viene a mancare o che si fa assente - non hanno significato date le attività conoscitive attuali di Homo s.


A.S.
23. In ciascun essere vivente e pensante è manifesta (a un livello subliminale) la sua morte, la sua cessazione. Chiamiamo ciò morte astratta. Se ciò non fosse, non potrebbe mai essere esistito colui che diciamo essere capace (capiente) del cogito.

A.S.
24. L'atto del pensare - dell'io penso - è conseguenza del modo secondo il quale la morte astratta fa parte del sistema vivente-pensante. Quanto più tale caratteristica è parte integrante del sistema vivente-pensante, tanto più questo assume la tendenza a recepire l'atto(-gesto) del pensiero, a trattenerlo ed elaborarlo, e a manifestarlo con libertà e piacere.

A.S.
25. Affermiamo essere la morte astratta il veicolo principale per mezzo del quale la corteccia cerebrale e la sua attività superiore si sono sviluppate. La morte astratta è dematerializzazione-deconcretizzazione della morte concreta; quest'ultima si attua con una cessazione imperfetta, entropica, massimamente disordinata e saturante del sistema vivente. L'insorgere nelle fasi dell'evoluzione d'una regolarità secondo cui le cellule viventi potessero replicarsi - e perciò l'insorgenza d'una costanza tra eventi di vita ed eventi di morte con fasi regolari di ricambio - è ciò che ha permesso l'evolversi del sistema vivente verso i suoi stadi superiori con lo sviluppo delle parti complesse del cervello-mente. In esso confluisce pertanto il sistema morte-cessazione regolare.

A.S.
26. L'autoregolazione del processo vita-morte (vedi apoptosi) ha dato origine a quella separazione necessaria (differenza) tra sistemi inorganici e organici: in particolare ha dato espressività a una sorta di scissura che ha differenziato i sistemi non viventi da quelli pensanti (e viventi) e successivamente questi da quelli (più) astratti (viventi) nella direzione della specie nuova Abstracta-absens.

A.S.
27. La dematerializzazione dello stato di morte è una sorta di estinzione-cessazione-oblio nell'ambito concettuale e materiale di ciò che è (il) finire, (il) terminare. Si può considerare come un'assenza all'interno d'un sistema in cui già vige una tendenza al mancare.

28. Buddhità e Assenza A.M.
Come si trova nella dottrina buddhista la mente vuota è il fattore unificante; tramite esso si corrisponde a un universo vuoto: l'interazione tra i due enti (vuoti) dà origine a un nulla che è stadio ulteriore da cui è possibile che le cose abbiano origine dalla profondità del vuoto (in-Assenza), nella differenza da se medesimo e da tutto il resto.

29. La soglia di realtà A.S.
Si tratta di questioni di soglia: ammesso che la realtà si manifesti al di sopra d'un certo livello di soglia, quanto rimane al di sotto di essa è da ritenersi pari a nulla (un nulla di differente specie).
Esiste un grado di soglia delle attività nervose periferiche e centrali, al di sopra del quale la realtà è manifesta, al di sotto del quale la realtà è nulla, pari allo zero, ricco d'informazione di genere differente (asistemico).
Se il livello (o grado) sopraddetto fosse spostabile a un gradino inferiore, dovrebbe ammettersi l'emergenza d'un altro stadio (o stato) della realtà, prima occultato. Dovrebbe pertanto potersi ammettere un ulteriore accoppiamento tra l'attività pensante e percettiva e la realtà ad essa corrispondente, con l'evidenza (subliminale) d'altro livello consapevole.
Ma poiché un siffatto stadio d'interazione è ritenuto pari a zero, la realtà e l'attività ad esso corrispondente che ne deriverebbe, sarebbero anch'esse pari a zero e perciò mancanti d'evidenza (di quell'evidenza manifesta nel sistema consueto).
O forse, più verosimilmente, (il sistema vigente) s'aprirebbe a una differenza - quella a-differenza non pensabile, la differenza assoluta -, essendo il nuovo grado di realtà - accoppiato alla nuova entità pensante - d'altra origine, d'altro costrutto, d'altra essenza; esisterebbe (al-negativo) del grado subliminale, un grado ritenuto pari allo zero - o all'inverso, e al di fuori cioè della possibilità di comprensione e esistenza verificabile dato l'accoppiamento attualmente manifesto che indica come unico reale l'oggetto d'esistenza e d'evidenza (sopra e analogamente alla suddetta soglia).

30. Contra il cognitivismo A.S.
Il pensiero (in-Assenza) è atto-disposizione in piena libertà - senza necessità di contenuto di cose, parole e mezzi di relazione finalizzati. A ciò rinunciando il soggetto agente s'è affrancato dall'essere il misero e triste contabile a servizio dell'esigenza d'un oggetto signore del mondo (esso tale era e così finora s'è confermato) pur non avendo né meriti né qualità particolari, adeguato a siffatta posizione di privilegio di cui fin dal principio esso s'era impossessato.

31. (Pensare per-assenza) Numeri '92
Poco ha pensato la vita circa il suo cessare (il morire): il ritorno al nulla - all'orrido vacuum - è infatti una vergogna a cui occorre porre rimedio.
Soltanto se la vita sarà capace d'esser altro - diventare perciò qualcosa di assolutamente diverso da quella condizione entro la quale ha fatto la sua apparizione nell'universo: sarà cioè capace di staccarsi dalle sue tendenze primordiali - allora il morire - e il vivere - si faranno accettabili, essendo congrui con il pensare. La morte diventerà morte biologica naturale aperta sulla mancanza della cosa - un nulla favorevole e chiaro.

2. La vita, prima di venire al mondo, avrebbe dovuto pensarci almeno due volte: una volta per esserci, una volta per non esserci - essendoci stata -, e così cessare in pace.

3. Il silenzio di cui si tratta è quella condizione data la quale, mentre la vita e la morte altrove si svolgono nel luogo per altro ad essi deputato, nel centro tutto è (già) cessato.

4. Esiste una vita ch'è priva di morte: essa non ha né traccia né forma visibili.
Nasce e muore (cessa) nel luogo dove tutto quello che c'è ha imparato a non essere, a tacere una volta per tutte.

5. Occorre che gli uomini - gli unici esseri per ora coscienti - facciano tacere la vita e con essa la morte, perché il nuovo livello, esente da vita e da morte esprima la proprietà d'essere (il) vuoto, (l')altro e (il) necessario.

6. La vista dovrebbe farsi silente: una volta dicevo che si sarebbe dovuto diventare ciechi, così da non vedere più con gli occhi di sempre. Il mondo sarebbe apparso ben altro, di differenti fattezze e composizione, d'altra complessità e nella forma compiuta del vuoto-assente.
Se gli uomini divenissero ciechi, le cose potrebbero liberarsi della traccia loro consueta in eccesso aggressiva, estroflessa a causa della barriera dei sensi, in particolare della vista.

7. Paradossalmente si può vivere senza materia e senza una percezione materiale
del mondo. Esimendosi dall'essere puri spiriti.
Lo spirito non esiste, in effetti, così come non esiste la materia. Sono le facce della stessa medaglia. Per vivere in-assenza non occorre nulla; basta quel nulla di cui sono fatte le cose e il pensare con esse, essendosi il pensare affrancato dalla cosa in cui riflettersi.

8. Nella materia - in tutte le cose del mondo - è implicito un errore doloroso nella loro conformazione: mancano dell'estinzione, non hanno appreso a cessare in modo definitivo.
Non avendo nella propria struttura la condizione della cessazione - che è simultanea alla costruzione - , la materia ha dovuto inventarsi un surrogato di questa, ch'è la morte, la destrutturazione: la materia, la vita muoiono, ma non cessano (immediatamente) della loro traccia mortale e mortifera.


Della a-terapia.
9. Occorre proporre agli altri, in particolare nel corso di una terapia, l'apprendimento dell'estinzione, equivalente alla cessazione totale della realtà quale ente fenomenico; la condizione per cui la traccia sparisce, è stato fondamentale alla base della costruzione del mondo e, in particolare, è mezzo per la guarigione del singolo e della specie.

10. La vita e lo spirito che l'accompagna nell'attualità non sono che nulla, un nulla vacuo e opprimente, un nulla non realizzato; esso non s'è fatto ancora Homo cogitans, ovvero altro.

11. La vita e la morte cui solitamente siamo vincolati esistono quali involucri messi attorno a un'entità vuota all'infinito in cui nulla è.
Ma quale vita, quale morte? Quale nulla?
Il nulla di cui trattiamo non è il nulla che l'uomo solitamente prefigura: non è immagine, né rappresentazione di alcunché, né il suo contrario: è analogo a una nuova entità dalle proprietà peculiari del non-essere, del partecipare dell'assenza: è estinzione nella quale e per la quale la vita e la morte appartengono al dominio del non-essere, del mancare, essendo cessati.

12. L'assenza non ha ancora un luogo accogliente e congruo entro la ragion pratica degli uomini.

13. Ritengo che la nascita d'un diverso grado di coscienza e perciò d'un nuovo stadio entro la materia, produca, nel volgere d'un certo lasso di tempo - perché i vari stadi della materia siano interessati - un rivolgimento dell'intero sistema della materia vivente: la coscientizzazione, l'immentazione della mente daranno origine ad altre simili conformazioni in un rapporto in-altro (sistema) che si differenzia-per-distacco e, sotto forma di vuoto-assente, si propaga nel vuoto e di esso compartecipa.

32. Pensare F.'89
Come se al niente appartenesse un alcunché, simile e al tempo stesso totalmente differente sia dalla cosa che dal niente (solitamente pensato).
C'è niente? Diverso da niente e da qualcosa?
Là: è distacco, vuoto, mancanza, in analogia a un'assenza: essa s'è liberata dal suo stesso essere assente, divenendo feconda (di niente).

33. Lemma alla legge d'inclusione A.S.
Un sistema capace di minore resistenza (di minor occupazione) avrà (nel tempo) prevalenza in un sistema gravato da maggiore occupazione a causa di (maggiore) resistenza, così da includerlo (vuoto).


34. Progetti conclusi
Tutta la vita egli aspirò e progettò - si potrebbe anche dire - "acqua che fluisce e mai si fissa", anziché rimanere nella condizione comune a tutti gli altri esseri in vita di "acqua stagnante". Fu esaudito; d'improvviso, a un'età in cui la morte non è ancora di casa, uscì dal flusso apparente ed appariscente degli stati e degli eventi che la vita mette a disposizione e mai più tornò a farne parte, essendo stato accolto dove il nulla manca persino di se stesso e talvolta si compiace di contemplare la sua assenza nell'instabilità dell'acqua che scivola via ora placida ora svelta. 35. "La spiritualità non è né bene né male". E' un modo concreto e immediato, direi un modo infantile d'esprimere le caratteristiche a fondamento d'un sistema che per sua natura ha la tendenza a de-materializzarsi (de-concretizzarsi=farsi meno concretamente presente, farsi (più) assente).


36. Esiste in natura una nuova categoria - medium - per conoscere e vivere la cosa; per suo tramite la cosa diviene non-cosa, equivalente a un nulla che è pari alla mancanza assoluta (assenza) della cosa stessa - altra diviene da come finora è stata esperita e riconosciuta.

37. La realtà, così come la si osserva e la si esperisce, rappresenta il residuo di una attività del cervello di Homo ancora abituato a leggere e a esperire il mondo (e se medesimo) secondo modalità e criteri che ne fanno un oggetto in eccesso concreto (stipato, materico): a un'attività più matura (più attuale) la realtà apparirebbe invece quasi completamente de-materializzata fin nella sua scaturigine, analoga per certi aspetti alla realtà virtuale (smaterializzata), alla realtà del sogno.

38. Chiamiamo a-sistema assenza una nuova condizione dell'oggetto realtà: esso è espressione del mutamento che s'è verificato in seguito alla mutata attività dell'apparato cognitivo di Homo: quanto s'è emancipato da quella condizione per la quale la realtà era necessitata ad essere (anziché a mancare) a causa d'un apparato ricettivo che richiedeva a gran voce un oggetto in cui riflettersi e nel quale ripetersi, anziché un mezzo tramite il quale assumere quella differenza che rendesse il sistema libero dal dover presenziare - e perciò assente - quale oggetto fisso e concreto.


39. Se alla nascita si verificasse la recisione del cordone ombelicale in modo radicale - anche psicologico, e perciò fosse attuata la separazione senza ritorno del bambino dalla madre (con la morte-astratta del sistema intrauterino) -, entro la differenza apertasi nello spazio compreso tra i due enti potrebbe da subito essere inclusa la morte come termine e superamento della vita anche psicologica: il bambino (insieme con la madre) si porrebbe sulla strada dell'assunzione (apprendimento) di nuovo tipo di un ente realtà (interna ed esterna) per lo più espresso da una dimensione equivalente a nulla (mancante dell'oggetto intrauterino e del suo generatore - la madre).
a. La separazione radicale (il distacco da un sistema generatore) è luogo (mentale) idoneo a dar origine a quella peculiare facoltà che permette l'affrancamento dalla necessità che il mondo e la vita(-morte) abbiano esistenza evidente.


40. Se nelle diverse fasi che si susseguono durante lo sviluppo dell'organismo psicobiologico umano - dalla nascita in poi - fosse accettata (e acquisita) senza compensazione la condizione di separazione che in esse emerge, il sistema uomo assumerebbe quello stadio di ulteriore maturazione che ha la proprietà del morire (esser-morto) in ogni tratto della sua storia, senza accumulare lungo il percorso di vita il peso ostinato della morte(-vita), entità concreta che s'oppone al cessare (cedere ad-altro).


41. Il peso della morte, che deriva dall'incapacità attuale e per ora ineludibile del sistema uomo di separarsi dall'oggetto generatore e da quello proiettivo (madre e cosa), è ciò che impedisce di cogliere quell'assenza da cui deriva una realtà sgombra del proprio oggetto concreto (una realtà de-materializzata e vuota nella sua scaturigine sensoriale e ideativa).


42. Il linguaggio umano rappresenta l'espressione per ora più complessa esistente in natura: in esso è data la facoltà a un oggetto d'esistere - aver segno e sostegno -, affrancato dalla necessità della sua presenza (concreta).
Lo stato in-assenza rappresenta quello stadio in cui il linguaggio - capace della mancanza di cosa - passa ad ulteriore stadio di mancanza (ulteriore-cessazione). Il linguaggio diviene vuoto, non necessitato di valore concreto e referenziale, libero dal significare (un alcunché), eppure ricco assolutamente di senso.


43. Non c'è altro che assenza: ogni cosa, ogni idea finora in-essere fanno parte d'un mondo che già s'è estinto in-realtà.


44. La realtà, con la quale quotidianamente facciamo i conti, non ha esistenza effettiva: essa è la speranza-proiezione d'un corpo-mente-cervello che applica il suo dominio generando senza sosta un universo di nient'altro se non di cose e di idee-cose a compensazione del timore del vuoto (horror vacui) concretizzato.


45. E' ipotizzabile che, qualora la neo-corteccia - la più recente acquisizione del cervello di Homo - fosse affrancata dalle continue sollecitazioni dovute alle altre aree più antiche evoluzionisticamente, si porrebbe fine alla produzione di quel mondo che comunque esterniamo insieme con la vita che viviamo: in loro vece s'attuerebbe una dimensione costituita prevalentemente d'un nulla cosciente, mancante d'un oggetto concreto su cui si è soliti soffermarsi, coprirsi e ricoprirsi, celare e celarsi.

46. Il pensiero umano continua da sempre a produrre i suoi segni per confermare a sé la propria esistenza: un'enorme, quasi infinita parete gli si erge di fronte tutta rigata dai suoi scarabocchi (si può trattare tuttavia anche di disegni ben fatti): essa sta lì per ricordargli che la strada è sbarrata da quel suo stesso incessante descrivere e copiare, fare e rifare senza sosta né fine, d'un universo che risulti quasi totalmente occupato da questa inutile azione a causa del timore d'una morte incombente, apportatrice fin dal primo vagito d'un'idea di vuoto del tutto falsa e occludente.


47. Perché (il) morire? Perché, qualora la morte fosse buona, il vivere potrebbe inabissarsi là dove finalmente sarebbe in grado d'emergere libero; e tal luogo daccapo generarsi oltre la linea intorno alla quale ogni uomo impavidamente e inconsapevolmente s'è avvinghiato, attraversando solitario o in gruppo con gli altri la vita.


Circa la morte(-vita) astratta
48. Non ha importanza l'essere in vita piuttosto che l'essere morti; la vita e la morte si corrispondono sullo stesso piano: a chi vive (nell'eccesso consueto del vivere) si contrappone la paura del morire. Per chi invece ha appreso il vivere vuoto del suo eccesso, il morire appartiene al medesimo stadio, ulteriormente de-materializzato, privo, cioè, di attaccamento (alla vita), idoneo a sostituirsi ad essa senza durezza, senza frammentazione (libero da schizofrenia).


49. Alla vita deve corrispondere almeno un eguale quantitativo di morte quale mancanza, pena l'eccessiva concretizzazione: la vita deve accogliere in sé morte-astratta, in modo tale da dare vita all'afflato (soffio) dell'attività pensante.


50. La morte, generalmente considerata, appartiene all'area della morte concreta: essa agisce sulla stesso livello della vita biologica inconsapevole. E' residuo dell'evoluzione della materia e, specificatamente, dell'arduo passaggio dall'animale ad Homo.
Lungo tale passaggio non s'è verificato la perdita completa della traccia di morte (concreta): essa appesantisce fin dalla nascita il tragitto di Homo.


51. Il decremento di morte concreta(=vita concreta) permette al nuovo stadio Homo d'avere a disposizione una certa potenzialità di pensiero (d'attività pensante). Qualora la morte concreta (mors animalis) non decrescesse, Homo si troverebbe ad essere in vita impossibilitato a cogliere la propria e l'altrui realtà essendo carente dell'idoneità all'astrazione, e perciò impossibilitato all'accesso allo stadio simbolico; a causa di questo deficit s'ammalerebbe (e morirebbe).


52. Mors concreta è quel quantitativo di morte che tende ad ammalarsi già all'inizio della vita: è morte priva d'interstizi, stipata e grezza, morte patologica incapace di nutrirsi dell'attività pensante: opponendosi ad essa stringe d'assedio il mondo soffocandone lo spirito libero.



53. Ad ogni vita corrisponde un'equivalenza di morte: se non ci fosse la morte non ci sarebbe vita pensante (vita astratta).


54. La vita senza morte non avrebbe mai potuto procedere nell'iter evoluzionistico lungo il quale s'è sviluppata la neocorteccia cerebrale, capace di linguaggio e di pensiero astratti (assenti).
Pensare (in vita) significa attraversare la morte che si fa assente (della propria concretezza inconsapevole). Così facendo si sottrae alla vita l'equivalente concretezza inconsapevole.
55. Morire in vita (in-vita) significa accedere all'attività pensante (astratta).


56. L'organismo si deve fare vieppiù adatto a morire in-vita [morire senza tralasciare la consapevolezza (del morire)].


57. Morire in-astratto - equivalente al morire (vivere) in-assenza - è perdere l'eccesso di concretezza [eccesso di vita(-morte)], così da disporre di sostanza da pensare di migliore qualità.


58. A mano a mano che la vita in vita muore (invecchia), se c'è accoppiamento con il morire astratto (con la consapevolezza simultanea del non-esserci), l'organismo apprende a pensare, fino alla sua morte naturale, vieppiù idoneo a pensar-altro: con un ulteriore stadio di coscienza-sottile.



59. E' stato necessario (di fondamentale importanza) che la vita avesse appreso a morire [nel modo ordinato (apoptosi)]. Con ciò è emerso quel processo d'accoppiamento con la morte che l'ha condotta a costruire il nuovo stadio corticale. E' con il suo tramite che s'è accoppiata con la morte astratta, così da dare luogo all'Assenza che è luogo della mancanza(-astratta) in assoluto di realtà e conclusione di quell'attività concreta del cervello affetto dalla pulsione di morte concreta (d'origine animale).


60. La morte (astratta) è la sostanza a fondamento della vita cosciente: senza tal genere di astrazione la vita sarebbe totalmente segregata entro la condizione di morte-vita concreta (schizofrenia di vita).
Ciò solitamente dà luogo nella clinica alla patologia schizofrenica.


61. Premessa della vita complessa è paradossalmente la morte (ordinata e astratta): in mancanza di tale gradiente la vita non potrebbe esprimere il suo carattere astratto e, perciò, morirebbe (di morte concreta), non avendo appreso a cessare (in alcuno dei suoi stadi).


62. Nella malattia schizofrenica esiste un eccesso di morte (concreta) che s'accoppia (in eccesso) con una vita (che si fa concreta). La conseguenza implica una frammentazione del pensiero che non riesce a sollevarsi da un'endemica sterilità e discontinuità.
Qualora la morte in eccesso concreta si trasformasse in uno stadio più astratto, l'insieme vita-morte potrebbe tralasciare il vecchio sistema vita-morte umano segnato da un equilibrio che si basa sulla paura (che la vita ha di cessare, di perdere il rispecchiamento di sé).


63. Se si verificasse il distacco decisivo (senza ritorno) dalla madre, il bambino sperimenterebbe la condizione di morte-in-vita: se affettivamente accoppiato, il bambino di Homo incomincerebbe ad apprendere l'essere-morto-in-vita (l'essere altrimenti in-vita).



64. Nel cervello umano è già matura l'idoneità all'accoppiamento in- assenza . Ma ciò non si verifica in modo congruo; quale ne è la ragione?
Il cervello di Homo già pensa in-assenza, ovvero tramite lo stadio - sostrato catalizzatore - detto in-assenza. Tale livello è già parte della sua struttura e del suo (potenziale) linguaggio; allora perché tale stadio non emerge in modo evidente? Perché Homo non ha la consapevolezza dell'assenza di mondo, ovvero dell'inesistenza d'un mondo fatto di cose, di sensazioni e di pensieri permanenti (fissati una volta per tutti) cui nella fase attuale ancora è attaccata?
Il pensare di Homo si mostra quale sintomo della sua antica e primigenia malattia schizofrenica; essa comporta la tendenza alla parcellizzazione dell'oggetto, alla sua espulsione e confronto non sufficientemente oggettivati, alla mancanza d'idoneità affettiva che lo comprenda, alla scadente distinzione relazionale e cognitiva propria d'un mondo fatto di cosa.


65. Il pensare è espressione pallidissima dello stadio denominato assenza: equivale all'ombra della Caverna di Platone, rispetto alla luce di cui è costituito lo stadio in assenza che è lì fuori dalla prigione della coazione di vita e di morte.


66. Lo stadio in-assenza è stadio oltre-il-pensare. Ad esso si accede a condizione che la vita e il suo pensare (stato-cosciente), insieme con la sensibilità, siano cessati: il segno di assenza indica che il cervello (la mente) ha cessato d'emettere i consueti segnali del linguaggio ordinario.


67. Perché il cervello (la mente) non pensa in-assenza, non assume il livello a sé congruo che è quello d'astenersi dal nutrimento di forme-idee viventi (astratte e non), nonostante il fatto che esso, in realtà funzioni entro i confini della condizione di un nulla astratto?
Il cervello-mente non cessa della sua presunta esistenza (quale ente concreto); non s'assume con ciò la morte-cessazione dell'attività che gli è propria: è certamente sollecitato da quella condizione di vita che non ha ancora appreso a cessare. Qual è la ragione d'una simile carenza, se gli apparati biologici già hanno accettato di morire nel loro costante rinnovarsi?


68. E' vero che gli organismi hanno accettato di morire - il morire ordinato -, ma solamente al fine di dare vita ad altri organismi ulteriormente complessi (e soltanto nella nicchia nella quale si sono sviluppati gli organismi complessi capaci di pensiero); ciò non è avvenuto nel resto del sistema, dove la prevalenza è quella dei sistemi semplici (batteri). La vita tende comunque e ovunque a confermarsi. E' pertanto verosimile che nessun organismo abbia ancora assunto la morte-cessazione nella sua interezza, il che comporterebbe un venir meno senza alcuna compensazione accessoria. Assenza è a-sistema; nulla ha a che fare con i sistemi precedenti, eventualmente presenta qualche analogia con quei sistemi che hanno percorso un iter che li ha condotti al processo del pensare.


69. Se l'attività pensante di Homo apprendesse ad astenersi (dalla vita) s'avvicinerebbe ai bordi d'un differente livello (a-sistemico), secondo i cui criteri non è necessario essere (esserci).


70. Il pensare di Homo s. non ha appreso a considerare se medesimo nella condizione assente, e cioè come già estinto —> espressione d'un nulla (rispetto alla vita evidente).
La vita di Homo s. non ha appreso a vivere la mancanza (astensione-assenza) di vita; essa intende riconfermare se medesima pur essendo espressione della propria mancanza-assenza, essendo divenuta vita pensante.
71. Homo s. è il pallido ricordo di se stesso: egli non esiste più, invero non è mai esistito. Egli è soltanto il frutto d'una mente che crede che qualcosa sia invece che nulla.


72. L'intero universo visibile (anche quello non visibile) è espressione del sintomo d'una malattia mai guarita: il pensiero umano s'ostina in modo coattivo a tenere in vita ciò che già da sempre è finito.
I corpi, le sostanze, le cose, tutte le realtà sono evidenze concrete (materializzate) d'una traccia che non s'è estinta come avrebbe dovuto nel momento in cui s'è iniziato a pensare.
a. Pensare significa credere che niente sia, ovvero non credere in-nulla (di esistente, nel modo dell'esistenza).


73. Non si tratta affatto di nichilismo: questo è traccia d'un pensare che non vuole cessare insieme con la vita (e la morte). Deriva da uno stadio evoluzionistico che la mente - che pensa ancora nella catena di causa ed effetto - indica con il suo vano chiacchiericcio in quanto cosa che è, anziché non-essere.



Aforismi sulla cessazione e il pensare
74. La cessazione - ogni tipo di cessazione ordinata - è (il) motore del mondo.


75. Dalla cessazione (ordinata) della materia vivente ha origine la materia - attività pensante.


76. Noi pensiamo tramite l'interstizio (intervallo-spazio assente) che la cessazione (ordinata) della vita (ed altro) induce nel sistema universo.


77. Pensare è conseguenza del cessare della vita: è conseguenza dell'uscire da essa - dell'esser fuori tout- court - dallo stadio temporale noto.
78. Ogni cessazione di tempo è linfa per l'attività pensante (astratta).


79. Ad ogni istante del tempo cessa l'universo osservabile (ai sensi relazionali noti) in modo subliminale: in modo congruo e simultaneo corrisponde a tale cessazione un universo visibile all'organizzazione più profonda (che trasmette l'informazione al vecchio ordine sensoriale che recepisce così un universo estinto).


80. La vita cosciente è espressione d'un mondo reale (d'un oggetto realtà) che è già estinto (per sottrazione di tempo).
a. Ciò che noi viviamo è espressione d'una vita che già non è più.


81. Vivere ora corrisponde all'essere già la vita-estinta con la comparsa simultanea della materia del pensare (e vivere).


82. Non c'è tempo presente, in realtà. Tutto il tempo è già estinto: ciò che resta e che noi recepiamo è il tempo della vita che già s'è estinta: essa insiste a produrre una traccia (di vita) al posto d'un nulla più reale.


83. Ciò che distingue profondamente e decisamente Homo sapiens dall'animale da cui deriva per trasformazione evoluzionistica è il modo differente del morire (cessazione della vita) piuttosto che il linguaggio (astratto) della sfera evidente.
Il morire di Homo deriva infatti dal cessare della vita cosciente - capace cioè del linguaggio dei segni e dei simboli. Con la morte d'un organismo capace di linguaggio segnico e simbolico s'attua un piano d'espressione subliminale, capace di assenza: la vita (pensante) è cessata; in sua vece sta la mancanza (astratta) di linguaggio segnico e simbolico, ovvero sta un'assenza idonea all'induzione d'un universo ulteriormente astratto, cioè ulteriormente vuoto (di vita concreta) e complesso.


84. La vita e l'esperienza che vengono vissute solitamente sono la parte residuale di immense estinzioni avvenute milioni d'anni fa, tramite le quali s'è affermato il principio d'una fine ordinata, ovvero d'uno sviluppo complesso degli organismi. Ciò che è rintracciabile (osservabile) nell'universo evidente è quanto emerge da un sostrato molto più ampio costituito da una dimensione subliminale prossima a uno stadio d'assenza: questa a sua volta deriva dalla morte per estinzione di grandi e numerose masse viventi.
Il cervello vede, sente, organizza ancora sulla base d'una condizione vivente passata - precedente all'estinzione - , pur avendo sviluppato la capacità di elaborare (e cogliere) la dimensione di assenza da cui hanno origine la vita pensante e la cultura umana.


85. Con ciò si constata che il cervello è una macchina (già) pronta ad elaborare e a decidere sulla base dell'assenza di vita, e cioè secondo ciò che indichiamo come nulla (della cosa e della vita). Tuttavia è continuamente ingannato e fuorviato dalla condizione (traccia) di vita che gli deriva dalla antichissime origini di questa e, in particolare, dalla traccia della coazione a non cessare di moltiplicarsi, così da risultare non congruo con l'atto del pensare [atto che emerge in seguito all'instaurarsi del processo ordinato della morte (apoptosi)].


86. La cultura, così come ogni forma capace di distacco, in particolare l'affettività (matura), è dimensione più vicina al nulla, avendo differenza dallo stato di natura (pulsioni, drives, eccetera). La cultura è stadio capace d'astrazione: è stadio ricco di linguaggio astratto. Per tale ragione essa è stadio ambito per il sistema Homo s. che ha tendenza all'organizzazione astratta e complessa.
a. Qualsiasi ambito, che abbia rapporti con quanto chiamiamo nulla - ovvero la tendenza a differenziarsi (distaccarsi) da uno stadio naturale privo di (altra) definizione - è ambito dal suddetto sistema che esprime (ed è espressione di) tale tendenza.


87. La morte di Homo s. non è stadio in opposizioni alla tendenza di tale sistema: potrebbe infatti verificarsi in tale situazione proprio la condizione di accoppiamento congruo capace di facilitare l'emergenza di quell'ulteriore stadio in-assenza che è nutrimento dei sistemi pensanti.


88. Allo stadio in-assenza corrisponde l'accoppiamento che s'attua tra la cessazione d'un sistema (vivente) e la propensione - che ad esso è congrua - al nulla [inclinazione al nulla astratto (sine materia) che è inclinazione alla cessazione senza legami (distacco in-assoluto)].


89. L'atto del pensare in-assenza (il pensare-oltre-il pensare) è espressione di nulla (relativamente al pensare e alla materia). E' atto pensante che s'è ulteriormente de-materializzato.
Come l'attività del pensare è, rispetto ad altre attività vitali, una condizione sine materia e, pertanto, prossima ad uno stadio di nulla (più vicino al nulla che non le altre attività umane più concrete ed evidente), così lo stadio in-assenza - che è oltre-pensare - è stadio ulteriormente accoppiato con il nulla. Tale (non) ente - che per il pensiero consueto è luogo di nulla, d'assenza d'oggetto reale, è anche espressione di de-materializzazione, (avvenuta) mancanza di oggetto concreto e di fissità. Il nulla è associato nel pensiero comune con la morte e a quanto essa allude: un mondo estinto e perciò un mondo totalmente morto, privo di vita.
A tale considerazione consegue uno stato siffatto che sia totalmente deficitario rispetto a quanto si produce in vita. Nello stato di morte (cessazione di vita), non ammette alcuna espressività, se non l'idea della presenza d'un nulla vago e indefinito, un nulla regressivo, un oggetto che consiste di tale indefinizione poco astratta e che occupa l'intero spazio e tempo; diciamo che è accoppiato a tale stadio un nulla regressivo e informe, un nulla che in realtà non è tale, essendo occupato da un siffatto oggetto irrealizzato. Il nulla vuoto, assoluto - il nulla-oltre-i legami - , ossia la cessazione assoluta, come differenza e limite assoluto alla cosa, non ha possibilità di esistere nella capacità cognitiva della mente umana.


Predisposizioni (in-assenza)
90. Sembra proprio una (pre-)disposizione quanto avviene nell'organismo biologico con l'insorgenza e lo sviluppo della neocorteccia: essa ha origine quale conseguenza d'una disposizione di tale organismo; e in quanto tale allude alla possibilità che altrimenti da quanto finora era avvenuto lungo le fasi evoluzionistiche abbia emergenza una differenza; da tale scarto hanno origine il linguaggio, l'attività del pensiero e della coscienza, espressioni della nuova predisposizione (in-assenza).


91. Lo sviluppo della neocorteccia nello stadio di Homo predispone l'intero sistema evoluzionistico a disporsi in modo differente da come fino a quel momento era accaduto.
Il sistema che emerge in seguito a un siffatto nuovo evento si predispone a retrocedere, a incominciare cioè a perdere (la tendenza alla fissità e alla ripetitività dei cicli di vita e di morte scanditi dai ritmi naturali). Il sistema è incline a farsi più assente, con minor fissità rispetto agli oggetti informi della realtà non-nata (irrealizzata).


92. Il sistema siffatto - il sistema Homo -, con l'emergenza e lo sviluppo della neocorteccia e delle nuove aree specifiche, è posto nella condizione d'un nuovo accoppiamento relazionale.
Il venir meno della fissità biologica - lo stato di concretezza fisso - predispone l'organismo ad essere sistema relazionale complesso pronto all'accoppiamento con funzioni adatte a tale inclinazione. Codesta predisposizione fa sì che emerga una relazione d'accoppiamento con una condizione che verrà indicata come attività di pensiero, della coscienza e dell'auto-consapevolezza.
a. L'idoneità a pensare - che è emersa dal sistema naturale - ha pertanto una duplice disposizione: da un lato si comporta come un sistema organico che si de-materializza - perdendo fissità e ripetizione (coazione a ripetere identici i cicli di vita e di morte), dall'altro assume e rappresenta una coazione all'accoppiamento con un sistema universo propenso a farsi corrispondente e idoneo a tal genere di condizione (in-assenza).


Circa le differenze (tra vita e morte)
93. Non c'è molta differenza tra l'essere vivi o l'essere morti; è la mente umana continuamente sollecitata dalla sua organizzazione psicosensoriale a porre e fantasticare circa la drammatica distinzione.


94. Pensare è atto che fa la differenza dalla morte schizofrenica. Pensare è però atto incompiuto
che induce la morte schizofrenica.


95. Non è così differente il nascere rispetto al morire: entrambi sono condizioni di separazione; una ha origine dall'utero della madre, l'altra dall'utero in qualità di corpo (che muore) del figlio.


96. La patologia schizofrenica potrebbe essere considerata quale diretta conseguenza della mancanza di distacco del figlio dalla madre e, in modo analogo, mancata differenza dello stato di vita da quello di morte.
La morte è cessazione (in seguito alla vita) e, come tale, è condizione privilegiata perché esista la probabilità d'un accoppiamento [in-cessazione (in-assenza)] con il suo stesso mancare.


Circa il conoscere (in-assenza)
97. L'attività del pensare, in particolare nell'Occidente, è vincolata a un oggetto, sia esso materiale, sia immateriale; eventualmente a un soggetto che lo pensa.
In-assenza l'oggetto (e il soggetto) è abolito; il pensare è pensare affettivo vincolato a (un) niente, anch'esso affettivo: il nulla-affettivo.
Pensare è vuoto; vincolato a un vuoto con cui esso stesso s'è accoppiato sostituendosi a quella realtà concreta materiale e immateriale che il pensiero consueto ha l'attitudine imperfetta a produrre fin dal suo inizio come soluzione da dare alla necessità (esistenza) proiettiva che gi è propria e che consiste nella necessità di espellere la cosa.


98. Nello stadio d'assenza l'attività del pensare ha una qualche analogia con quella che il Buddismo Zen esperimenta nell'evocazione e l'emissione della sillaba OM. Anche in questo caso l'oggetto del pensiero è assente: al suo posto sale dal profondo un'azione pensante, ovvero una in-azione (pensante) che si sostituisce identificandosi con la parola pronunciata.
a. Ciò per quanto concerne una possibile analogia; circa invece la differenza si enuncia che nell'ambito che appartiene al campo in-assenza qualsiasi modalità espressiva del pensiero inventato da Homo s. può entrare e farne parte. Con ciò anche il pensiero sostenuto dal linguaggio concettuale può partecipare del nulla affettivo che ha origine dal venir meno della necessità del soggetto e dell'oggetto che è condizione propria dell'in-azione suddetta.



99. Nello stadio in-assenza è ammessa comunque un'attività pensante esente da soggetto e da oggetto: chi parla e chi pensa ha sottratto la presenza stessa di chi parla e di chi pensa insieme con l'oggetto-cosa della realtà esterna. La presenza s'è fatta equivalente al nulla e lo riceve: ciò permette che l'assenza (di soggetto e oggetto) abbia luogo (in-assenza).


100. L'assenza di soggetto e di oggetto, della cosa cioè di cui è costituita la realtà finora esperita e pensata dal sistema sensoriale, percettivo e cognitivo di Homo, permette: con il dissolversi graduale (nella dimensione temporale e intemporale) dell'oggetto (e del soggetto) cosificati - una partecipazione collettiva all'assenza di mondo: il collettivo universale dato dagli oggetti del mondo e dai soggetti che li pensa (stadio evoluzionistico di Homo s. s.) non è più dato dai corpi e dalle menti-cervello degli uomini in carne ed ossa, bensì dal loro pensare (che si sono) distaccati dalla cosa, e perciò da loro stessi in quanto enti pensanti vincolati alla cosa.


101. La libertà - il distacco-dalla-cosa - dall'oggetto materiale e, in generale, concreto (esperito dagli apparati sensoriali e da quelli cognitivi d'un cervello ancora non congruo alle potenzialità evoluzionistiche), nell'attenuare il vincolo di morte che la realtà, così come solitamente è assunta (essendo cosificata e cosificante), induce - realtà la cui esistenza è indotta da quel vincolo - dà luogo a un ambito che chiamiamo assenza o in-assenza: nella relazione con codesto stadio si verifica la sostituzione da parte del nulla affettivo alla cosa e ai suoi vincoli, e cioè è introdotto il pensare vuoto con affettività (astratta).
a. Pertanto affettività (astratta), pensar-vuoto o niente e nulla assente o affettivo sono concetti (e non-azioni) equivalenti (in-assenza).


102. Chiamiamo morte quella materia concreta di cui sono costituite le cose e il pensiero di Homo che le contiene e le proietta. Ogni attività di Homo ha fino ad ora messo alla luce ha nel suo contenuto oggetti di morte. Nessuna azione né alcun pensiero ne sono privi: Homo s. non è stato finora in grado di produrre oggetti senza morte, mancanti cioè da cosità appartiene essa a un pensiero non-finito (incapace d'essere pensiero che apra alla relazione complessa). Ciò significa: pensiero che nulla affermando afferma nulla (non-essendo).
103. Con il nulla (in-affetto) la distanza (all'infinito): intrattiene qualche analogia (relazione): qualora l'osservazione sia posta in una distanza all'infinito, potrebbe accadere che la relazione con l'oggetto osservato muti radicalmente e cioè, ruotando di 360° (fattasi una rivoluzione su se stessa e sugli oggetti adiacenti), si disponga in una condizione in-assenza, secondo la quale al posto di osservatore e osservato ci sia un atto in-assenza, un atto ch'è vuoto dei suoi attori, e così fatto si dimostri in-affetto, privo cioè della materia troppo concreta e inanimata, quella ch'è simile in tutto alla cosa schizofrenica di cui il mondo è solitamente costituito.


104. Il concetto di non-evidenza che s'esprime nella condizione in-assenza non è il diretto equivalente della non-apparenza (delle cose) che ha pervaso tutta la cultura dell'Occidente.
Il concetto esprime la probabilità d'uno stato a-fenomenico solitamente mancante (all'organizzazione Homo s.) a causa d'una mancanza di accoppiamento idoneo con un sistema specifico ultra-sensoriale (diverso dall'organismo sensoriale, percettivo finora espresso dal sistema soma-mente umano).


105. Il passaggio dall'animale all'ominide ha lasciato tracce profonde di un alcunché di alienante-regressivo per la nuova specie (umana): ha veicolato uno stato di morte che codesta specie si porta impresso costituzionalmente e che ne determina le caratteristiche di base.
La specie Homo ha costruito nel suo sviluppo un nuovo equilibrio mediato dalle sue attività superiori opponendosi allo stato (imprinting) di morte che nel passaggio s'è evidenziato a causa della non congruità tra ciò che lo sviluppo della neocorteccia e dei suoi linguaggi comporta differentemente da una condizione precedente di vita incapace di relazioni astratte (e affettive).


106. La non-evidenza della condizione in-assenza è oggetto a-fenomenico; è realtà astratta, esiste dato il diverso accoppiamento che s'attua in tale condizione tra soggetto pensante e oggetto pensato. La sottrazione del soggetto consueto con la contemporanea sottrazione della realtà di quanto fatto esistere induce, con l'assenza della realtà consueta, l'esistenza d'un campo ultrasensoriale, ultrapercettivo detto in-assenza, privo d'evidenza concreta.
a. Oltre la sensorialità nota s'estende un campo ultrasensoriale in-assenza che ha esistenza con il sottrarsi dell'oggetto realtà, risultato dell'ordine sensoriale noto: il nuovo campo ha a suo fondamento le proprietà che gli derivano dal fatto d'essere libero dagli stati sensoriali, percettivi e intellettuali cui si è avvezzi a causa d'un eccesso di materialità (nucleo di distruttività) - alienazione-malattia - non estinto nel passaggio da animale a Homo.


107. La realtà che solitamente è posta in essere dalla mente-cervello consueta non ha esistenza effettiva: è il risultato d'uno stato-nucleo non astrattosi (non fattosi vuoto-assente) nel passaggio da animale a Homo.
a. In realtà l'oggetto mondo non ha esistenza concreta: esso è proiezione d'un cervello-mente incapace di trasformarsi interamente in un organo privo di attitudini proiettive-deformanti-cosali: il mondo (esterno ed interno) è dunque proiezione del sentimento d'un organo che non è stato capace d'estinguere interamente le tracce d'una memoria filogenetica. A causa della persistenza di quest'ultima è probabile la proiezione d'un mondo esterno dalla realtà sollecitata da una condizione sensoriale-istintuale d'un sistema nervoso ai suoi albori e perciò non sufficientemente congruo.


108. E' assolutamente normale avvertire l'assenza di mondo!
a. La realtà è vuota, la vita è vuota così come è la morte che ne consegue.


109. Il nucleo non trasformato nel cervello-mente di Homo fa parte d'un sistema-morte: è abitudine della natura produrre equilibri secondo l'asse vita-morte onde conseguire normali ricambi degli individui e della specie.
Una differenza di tale equilibrio nel senso d'un decremento dell'eccesso di bisogno di vita allontanerebbe anche l'eccesso di bisogno (naturale) di morte, dando così via libera a condizioni psicosomatiche e mentali differenti, meno condizionate dalla necessità del mantenimento di tali equilibri con soglie lontane dalla maggiore probabilità di cessazione (della vita e della morte).
a. Lo spostamento dell'equilibrio vita-morte nella direzione d'un suo abbassamento relativo all'accoglimento della morte da parte della vita, e cioè nella situazione-condizione in cui il morire non è così distinto dall'essere in vita, porterebbe all'espressione d'un'organizzazione del pensiero e del sistema Homo ben diversa dall'attuale, dando origine a uno stato di altra libertà di relazione, aperta in massimo grado (in-assenza di vita e di morte).
(Da: Paolo Ferrari A-meditazioni in-assenza 1997)

110. Con la sconfitta della morte concreta (del nucleo d'ingombro percettivo-mentale) che è situato entro le maglie della vita (e checresce con essa) si otterrebbe un campo di vita molto più ampio ed aperto e vuoto, libero dall'eccessiva concretezza che la morte (il nucleo di morte suddetto) le conferisce.
a. Il tempo della vita risulterebbe essere tempo non-concreto, tempo che non ha necessità di trascorrere.
b. La vita non avrebbe necessità di passare (stretta) da un punto all'altro, bensì di aprirsi come una rete all'infinito (temporalità a-rete non-finita).


111. Con la morte biologica (con il terminare della fase biologica) si possono conseguire due scenari, da un lato la morte che aveva trovato un giusto contraltare in vita torna a prendersi (a saturare) l'intero campo, impedendo la necessaria cessazione-separazione tra vita e morte, dall'altro essa stessa morte apprende a cessare insieme con la vita - così da disporre l'(a-) sistema che ne consegue a una condizione in-differenza. Accadrebbe in tal caso che il campo diventi vuoto così che un a-sistema - un'organizzazione vuota di vita e di morte - emerga (come dal nulla), concependosi in-assenza, libera perciò dalla necessità di manifestarsi (in vita e in morte).


112. La vera creatività - del genio in-assenza - è quella che apporta ricchezza d'universo capace di nulla, un universo di nulla in-assenza atto a sostituire la cosa in eccedenza dell'universo in atto.


113. Tutti gli uomini, ad ogni longitudine e latitudine, hanno un'attività pensante dello stesso genere. L'attività del sistema nervoso centrale è della stessa specie: non c'è differenza sostanziale tra un soggetto che pensa nel modo delle categorie occidentali e che pensa secondo le modalità della cultura e della storia orientali. Entrambi mostrano un'attività nervosa complessa che li fa partecipi d'una realtà non sufficientemente oggettiva e non sufficientemente capace d'assenza, ossia una realtà che sia nella differenza dalla materialità e dalla forma di cosa che la struttura biologica del loro sistema proietta come luogo delle loro azioni e delle loro riflessioni. Le differenze di cultura e di storia che s'individuano si pongono secondo uno schema d'equilibrio sistemico dello stesso genere, dato il quale la vita e la morte sono in equilibrio di compensazione, ossia la vita (la moltiplicazione e conservazione della cosa —> realtà in-evidenza) non sono tali da superare la tendenza alla morte del sistema.
a. L'emergenza del livello pensante nella materia biologica ha indotto un cambiamento sistemico di questa nella direzione di perdita della sua consistenza concreta, modificando la soglia all'estinzione, con un abbassamento della soglia di scambio: un maggior numero d'informazioni (di qualità) sono assunte, trattenute ed eventualmente elaborate da un sistema che s'è fatto pensante rispetto a un semplice sistema vivente, anche complesso come può essere quello dell'animale, in particolare quello dello scimpanzé, stadio che precede l'ominazione.
L'attività pensante è perciò causa e origine d'un abbassamento della soglia agli stimoli, in particolare a quelli complessi: l'organismo animale è abituato a rispondere ad eventi prefissati secondo cicli ripetitivi; Homo impara ad essere interattivo - ad accoppiarsi con una realtà che esso stesso mette in atto, con il contributo d'un livello di soglia più basso e dato il quale la realtà si costruisce rompendo la fissità naturale (biologica). Si forma una specie di mescolanza tra un sistema che pensa e un sistema che si concretizza come ente interno-esterno al pensare.
b. L'abbassamento della soglia del sistema in toto produce tuttavia una condizione favorevole a risposte più complesse da parte d'un organismo che fino ad allora è stato idoneo soltanto a risposte fisse relative a condizioni per lo più ripetitive. L'organismo si scinde allora in due, da un lato continua la tendenza alla fissità della risposta, senza produrre nuovi accoppiamenti - perciò senza generare una realtà adeguata al nuovo statuto di sistema capace d'attività superiore (di pensiero astratto e di linguaggio simbolico), dall'altra con la tendenza a dare ugualmente espressione a una condizione che esso sente nuova e meno vincolata alla fissità di quella precedente. Da un lato si genera un cervello-mente capace di apprendimento e di cultura, dall'altro il sistema vivente si organizza in modo da non dipendere della nuova entità relazionale di cui non conosce confini e della quale teme il decremento